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Pianta Ortonovo (Disegno di Roberto Ghelfi)

  1. Torre Guinigi
  2. Porta soprana
  3. Porta sottana con mensola scolpita
  4. Casa di Ceccardo Roccatagliata Cecardi

Il promontorio di Ortonovo si distacca da un contrafforte settentrionale del Monte Boscaccio che affaccia sulla valle del Parmignola. La struttura circolare del borgo lascia scorgere un primo insediamento sul tipo di Ameglia, o Arcola con la differenza che la sella, naturale difesa del borgo dalla parte del crinale, non è morfologicamente presente. L'abitato fu protetto direttamente dal castello costruito alla radice del promontorio dove fu innalzata, nel secolo XVII, la chiesa abbaziale di San Lorenzo che lo sostituì. Del sistema fortificato resta la torre quattrocentesca dei Guinigi, che la strada per Carrara separa forzosamente dall’edificio religioso. Una simile morfologia è presente anche a Caprigliola.

Da Luni si prosegue per ricongiungersi all’Aurelia, e qui, svoltando a destra, si trovano le indicazioni per Ortonovo, l’hortus novus, l’orto nuovo che si coltivava sulle colline sopra a Luni.
Dopo qualche chilometro di salita lungo il Parmignola si presenta un bivio che sembra protetto da una Maestà del 1708 con Sant'Antonio e Bambino.
A sinistra si va a Ortonovo e a destra a Nicola.

Anche Ortonovo ebbe storia travagliata e conobbe signorie diverse, dai Vescovi di Luni a Sarzana, dai Guinigi di Lucca ai Visconti, da Firenze fino al Banco di San Giorgio e alla Serenissima.
Ed ebbe gloriosi Statuti.
Un riconoscimento di memoria merita Antonio Andreoli che nel 1689 lasciò un legato di 18.000 scudi per l’istituzione di una scuola di grado inferiore e superiore per i bambini di Ortonovo.
Forse non aveva guadagnato il suo denaro in modo molto “cristiano”: e tuttavia ne fece poi un uso generoso.
Si devono a lui inoltre due tra gli altari più belli, quello di Sant'Antonio di Padova nella chiesa di San Lorenzo e quello del Rosario nel Santuario del Mirteto, che procurano sempre gioia a chi ha la fortuna di poterli vedere.

Si sale per Ortonovo.
A destra in località Casano Basso l’acciottolato di via Cannetolo conduce al seicentesco frantoio della Colombara dove è stato allestito un Museo Etnografico con tanta cura e passione che non si può non visitarlo.
Al suo interno si svolgono manifestazioni culturali di vario genere, laboratori didattici di sensibilizzazione all’arte contemporanea, esposizioni di artisti ortonovesi come Paolo Cavallo.

Procedendo per Ortonovo si incontra l’ottocentesco palazzo comunale nel cui giardino lo scultore giapponese Yoshi Ogata ha eretto una grande statua.
Chiesa di San Martino (Disegno di Roberto Ghelfi)Sulla sinistra c’è la deviazione per la chiesa romanica di San Martino, che sorge nella valle del Parmignola, una volta Corte de Iliolo che aveva giurisdizione assai vasta e importanza strategica notevole, controllando le vie interne della Lunigiana per Parma Modena e Lucca.
Nel XII secolo aveva giurisdizione su Ortonovo e Nicola, ma nel secolo seguente, a causa della malaria, i suoi abitanti si trasferirono a Ortonovo.
Nonostante le ristrutturazioni architettoniche, la chiesa mantiene il suo impianto romanico.
È affascinante, anche per l’annesso cimitero che racconta tante storie, di tanti secoli, di tante persone.

Bisogna tornare sulla strada per Ortonovo e qui ci attende un altro bivio: a sinistra per il borgo dell’Annunziata, sulla riva destra del Parmigriola, ma abbastanza in alto per essere al riparo dalle sue inondazioni.
Qui, nella piazza antistante a un lavatoio di discrete proporzioni, un pannello parla dell’architettura rurale del borgo, delle sue case con archivolti e cortili interni, degli acciottolati delle strade, dell’arenaria con cui venivano costruiti i pavimenti delle aie.
Parla cioè della perizia costruttiva che si avverte ovunque, anche nella chiesa della Santissima Annunziata, costruita intorno al 1698, a unica navata, con una bella pala del 1659 incastonata in una cornice marmorea che poggia su un altare policromo.
Ci sono anche una Deposizione in ardesia e un Cristo deposto in gesso (secoli XVII e XVIII) che meritano attenzione.
Così come è ammirevole la dedizione del Diacono cui si deve di trovare la chiesa sempre aperta.

Presso il ponte che conduce a Ortonovo, una piccola strada sterrata conduce alle cascate del Parmignola, al piede della salita per Volpiglione, castello medievale poi abbandonato.
Da qui partiva il lungo canale o gora che portava l’acqua lungo il deposito alluvionale del torrente per irrigare i campi, alimentare lavatoi, frantoi e mulini.
Opera di grande ingegno quasi completamente cancellata dalle urbanizzazioni che hanno ingombrato la valle.
L’ultimo di questi opifici è il frantoio di Colombara di cui si è già detto.

Salendo si possono godere profumi e colori arcaici: si arriva a un antico lavatoio (Ortonovo ne aveva sei) con due vasche e una Maestà che Paolo Antognetto nel 1620 fece scolpire con la Madonna di Loreto.
Qui il LAB, per ricordare il lavoro di tante generazioni di donne che nell’acqua fredda lavavano i panni con mani sempre più rosse e gonfie, ha posto una formella del Parco con i versi di Ceccardo

Nei mattini un bel canto
di lavandare spose
arriva dal torrente.

Da qui si vedono Ortonovo, il Santuario del Mirteto e Nicola.
Quante Maestà accompagnano il cammino in Ortonovo! Il borgo ne ha 86, catalogate, di cui una ventina sono state rubate.
Salendo verso Ortonovo si ha una veduta straordinariamente bella di Nicola in basso, e poi della piana fino al mare.
Il paesaggio appare libero da costruzioni: si respira aria di secoli passati.

A destra una deviazione conduce al Santuario di Nostra Signora del Mirteto.
Una Maestà protegge il passaggio: è la Madonna del Rosario tra San Domenico e San Gerolamo. Scolpita nel 1660, fu rubata nel 1980 e rifatta con perizia su foto.
Geronimo Michelini l’aveva posta pro sua devotione.
Sulla salita appaiono una statua rovinata di Ceccardo e poi una di don Orione, perché il Santuario fu retto anche dagli Orionini oltre che dai Domenicani, dai Passionisti, dagli Stimmatini e ora dai Missionari del Guatemala.
Ancora statue moderne, prima del Santuario: una Vergine con una lacrima sul basamento e un bassorilievo a cura dell’Avis della Spezia e di Massa Carrara.
Come la statua di don Orione, anche quest’opera è dello scultore Tullio Andreani, morto negli anni ‘90, la cui abitazione è facilmente riconoscibile in via Cavanella, salendo a Ortonovo, per le statue che la adornano.
E finalmente l’ampia scalinata ci porta davanti al Santuario, sulla cui facciata subito colpisce la bellissima lunetta sovrastata dallo stemma della Repubblica di Genova, in cui una Madonna, il cui autore aveva visto e amato le opere di Michelangelo e Pietro Tacca, tiene sulle ginocchia il Bimbo che si torce verso di lei tra due figure di Disciplinanti, un uomo e una donna.
Le donne infatti facevano parte della Confraternita dei Disciplinanti a pieno titolo, come gli uomini, e bisognerebbe davvero dedicare più spazio alla storia delle Confraternite, in questo caso a quella dei Disciplinanti, detti anche Bianchi, perché indossavano vesti e cappucci bianchi durante la processione e le uscite in pubblico.
I Disciplinanti erano sorti alla fine del XIII secolo come movimento penitenziale che si opponeva alla guerra e voleva instaurare rapporti di solidarietà e pacificazione: sostenevano e diffondevano il culto della Vergine.
Avevano avuto intensa diffusione non solo a Genova, ma anche nelle Riviere e in Lunigiana.
Fondavano Oratori, detti Casacce, e raccoglievano fondi per aiutarsi tra loro, ma anche per aiutare poveri, malati, carcerati e condannati a morte.
Avevano un’autonomia tale che la Chiesa, i Francescani e la Repubblica male li sopportavano: tranne i casi come quello di Ortonovo in cui la Dominante li appoggiava (e così nelle Cinque Terre e in genere nelle zone lontane da Genova) in opposizione ai poteri locali.
Questo esprime lo stemma sulla lunetta: la protezione della Serenissima, la quale intervenne davvero a sostenere la Confraternita dallo strapotere dei Domenicani dopo l’erezione del Santuario che fu costruito in seguito al famoso miracolo, avvenuto il 29 luglio 1537 nella piccola Casaccia affrescata poi custodita nel tempietto costruito dentro alla Chiesa.
La Vergine aveva pianto sangue davanti ad alcune donne che recitavano l’Angelus nella terribile ora del mezzogiorno, mentre le campane suonavano per allontanare i demoni e le visioni che possano apparire nel momento in cui il sole è al culmine della sua ascesa e sta per ridiscendere, e i corpi non hanno ombra come i morti.
“Il dipinto, anche se di modesta fattura, è particolarmente intenso nella figura del Cristo che viene deposto dalla croce.
In basso a sinistra, quasi contrapponendosi al gesto disperato della Maddalena che abbraccia i piedi di Gesù, si trova l’immagine miracolosa di Maria che giace svenuta fra le braccia di Marta.
Il tempietto a pianta ottagonale, eseguito su disegno dell’architetto carrarese Matteo Scalabrini, si trova all’interno del Santuario e fu inaugurato nel 1796 dal frate Inquisitore Ambrogio Chiappino di Ortonovo, come ricorda una lapide posta sul retro del tempietto stesso.
L’opera di pregevole fattura, elegante nelle forme e nelle proporzioni, ricca di marmi policromi, fu costruita presso uno dei pilastri che sorreggono la cupola centrale attorno all’altare settecentesco contenente la Deposizione.
La posizione del piccolo tempio, dovuta alla collocazione dell’immagine venerata, non è così inusuale.
Si ricordino il tempietto quattrocentesco del Volto Santo, nella Cattedrale di Lucca, e quello cinquecentesco nella chiesa della Santissima Annunziata a Pontremoli.
L’Altare del Santissimo Rosario dalle forme barocche è un interessante connubio tra architettura e scultura.
Sopra un raffinato paliotto di marmi policromi, quattro colonne dipinte, di gradevoli proporzioni, sorreggono un’elaborata trabeazione.
Al centro il tabernacolo e la nicchia contenente l’immagine della Vergine, in legno dipinto del secolo XVIII.
Fra le colonne ed al di sopra della trabeazione, nel fregio di un’edicola dal timpano triangolare, trovano posto quindici formelle in gesso raffiguranti i Misteri del Santissimo Rosario.
Le formelle dell’altare del Santissimo Rosario rappresentano con freschezza ed abilità compositiva i Misteri Gaudiosi, Dolorosi e Gloriosi del Rosario.
Le figure ad altorilievo si muovono contro fondali appena accennati, spesso soltanto graffiati sul gesso; i volti sono ben caratterizzati ed il modellato è privo di incertezze”. (R.G.).
All’interno, oltre alle opere riportate nella scheda, una tela di Aurelio Lomi (1556-1624) che operò tra Genova e Firenze Cristo che ripone il cuore nel petto aperto di Santa Caterina da Siena svenuta, e tante tele interessanti; e ancora, un Cristo ligneo della fine del ‘500 con il Pellicano (simbolo dei Disciplinanti) posto sulla sommità della Croce, la quale rivela la sua natura di Albero della Vita conservando i rami per tutta la sua lunghezza.
Merita attenzione un ex voto dipinto sulla parete di sinistra dal padre di un certo Simone, con un’iscrizione in volgare Sarto (Michelangelo Sarti?) da Ortonovo havendo suo figliolo Simone in letto p(er) morto / se ne andò ala Madona e buttosi i(n) genichione e fece vote ades[s]a Madona se (...) guarivadefarlodepi(n)gerei(n)lauda sua - Facto il voto ... fu sanato ad ... de giugno 1556. (Donati, 2002).
Su una lastra di marmo è scolpita la relazione che nel 1550 il presbitero ortonovese Ambrogio Monticola tenne a Trento davanti ai Padri Conciliari per far riconoscere il miracolo.
C’era da tremare ... ma ottenne.

Ripresa la salita verso Ortonovo, per via Cavanella, bellissime Maestà, a destra e a sinistra, ci accompagnano: sottostrada, a sinistra, le vasche di un lavatoio con la scritta basca Paseo arrapate, una frase di non facile traduzione allusiva al paese basco di Mondragon con cui Ortonovo si gemellò negli anni ‘80.

Profilo di Ortonovo (Disegno di Roberto Ghelfi)

Sulla piazza si notano una fonte seicentesca smembrata con risseéu, a lato della chiesa di San Lorenzo e un pannello dell’architetto Ghelfi.
“La chiesa parrocchiale di Ortonovo è interessante oltre che per l’impianto architettonico anche per la ricchezza della decorazione marmorea degli altari collocati nelle dieci cappelle laterali.
È veramente una festa di colore e di forme che si esprime nei paliotti, nelle colonne, nei fastigi, nei tabernacoli, piccoli edifici in miniatura, che esprimono l’abilità degli artisti del marmo.
Il vasto spazio della chiesa è organizzato in modo da contenere sistemi di varie dimensioni: dai più grandi ai più piccoli: le cappelle, gli altari, i tabernacoli, i fastigi, i mobili e così via.
Essi sono accomunati dalla misura e dalle proporzioni che l’ordine architettonico codificato dai greci, ripreso dai romani e riscoperto nel Rinascimento, contiene al suo interno.
Tutto ciò faceva parte del patrimonio culturale, degli architetti, dei capomastri, degli artigiani consentendo loro grande fantasia formale e compositiva, capacità di abbinare figure, fiori, pietre colorate, decorazioni in un insieme armonico e collaborante.
Il primo altare della navata laterale destra è dedicato a Sant’Antonio Abate e risale al 1528.
Fu edificato per volontà della famiglia Ceccardi-Monticola, che aveva esercitato il patronato sulla cappella quando ancora l’altare si trovava nell’antico oratorio di San Lorenzo, situato nell’attuale via Belvedere.
L’altare è composto di elementi di varie epoche: rinascimentale è il raffinato arcosolio decorato a motivi floreali che contiene l’immagine cinquecentesca di Sant’Antonio Abate collocata sopra un piedistallo in marmo policromo finemente lavorato e datato 1707.
L’altare dedicato a Sant’Antonio di Padova (di cui si è parlato) si trova nella navata a sinistra, in corrispondenza della piccola porta che dava verso la rocca.
L’altare è realizzato in marmi misti policromi: le nere colonne definiscono l’ordine compositivo dell’edificio; sopra l’architrave, realizzato in marmo rosso con un cartiglio centrale nel quale si legge l’iscrizione Si quaeris miracula si colloca il fastigio con la statua di Sant’Andrea fiancheggiato da due angeli che si appoggiano al frontone spezzato.
La bella statua del Santo fu donata in seguito dalla moglie di Antonio Andreoli, Caterina Ceccardi, assieme ad una lampada d’argento.
Notevole è il particolare delle mani che trattengono l’esuberante movimento del Bambino ignudo sotto lo sguardo del giovane Antonio.” (R.G).
Ancora si impongono all’attenzione il quadro San Francesco in estasi di Francesca Pardini sulla destra e nel transetto sinistro una piccola Maestà in marmo posta su un altare.
Qualcuno l’aveva vista piangere e fu portata in Chiesa; la si lasciò là anche quando il miracolo non fu riconosciuto.

A destra della chiesa si trova una delle due porte di accesso al borgo.
“Esistono due porte di accesso al paese: la principale, che si apre sulla piazza della chiesa, è formata da un arco a tutto sesto a conci regolari in marmo ed è affiancata dai sedili in muratura.
La seconda, anch’essa formata da un arco tutto sesto, è disposta verso la valle del Parmignola sul percorso proveniente da nord: caratteristico è l’animale dalla lunga coda scolpito nella mensola che sorregge l’imposta dell’arco.
A differenza delle porte di altri borghi medievali, come Caprigliola, Falcinello, Nicola, Trebiano, tutte impostate sull’arco a sesto acuto, ad Ortonovo sono a tutto sesto come quelle del castello di Moneta, poco distante dal borgo ed appartenente alla stessa signoria lucchese del Guinigi.
L’edificio, attualmente usato come campanile della chiesa parrocchiale, risale ai primi anni del ‘400, quando Paolo Guinigi, Signore di Lucca acquistò Ortonovo dai Visconti; si narra che questi vi si recasse con i figli e la moglie, Ilaria del Carretto, per ammirare lo splendido panorama.
La costruzione, di forma circolare, con sporti a mensola molto accentuati per la difesa piombante è conclusa da un tamburo coronato da una calotta rivestita di squame di aggiunta successiva.
La torre faceva parte di un castello che sorgeva nel sito attualmente occupato dalla chiesa; di esso rimangono tracce di antiche mura, solo nel lato del torrione rivolto verso l’edificio religioso.
La tipologia della torre richiama, per la dimensione e per la struttura, altri esempi lunigianesi: Comano, Malgrate, Bagnone, Filattiera.
I resti del precedente castello ancora addossati alla torre e l’angusto passaggio realizzato fra chiesa e fortezza richiamano Caprigliola dove il castello vescovile fu, in parte, trasformato nella chiesa parrocchiale.

Al termine di via Belvedere si affaccia su uno slargo il palazzo della nobile famiglia genovese dei Ceccardi, dove il poeta Ceccardo Roccatagliata nato a Genova il 6 gennaio 1871, abitò fin dalla primissima infanzia e visse fino agli anni della giovinezza.
Accanto al portone d’ingresso, che conserva ancora lo stemma nobiliare, è posta una lapide in sua memoria.
Verso la valle la casa era dipinta all’uso ligure con una finta architettura con busti di statue.
Il palazzo della famiglia Ceccardi alla fine del secolo scorso appariva già in condizioni degradate e lo stesso Ceccardo dovette interrompere gli studi per difficoltà finanziarie, a seguito della morte della madre.
Il poeta collaborò con numerosi giornali letterari e politici fra cui il Lavoro di Genova ed Il Secolo XIX.
Nel 1906 fondò a Carrara il Cenacolo chiamato La Repubblica d’Apua.
Raggiunse una certa notorietà con il libro Sonetti e poemi edito nel 1910.
La comunità di Ortonovo fu molto affezionata al poeta e nel 1914 lo aiutò con un sussidio accompagnato dalle seguenti parole:
al forte cantore di Apua, al poeta Roccatagliata Ceccardo, l’espressione di un fervido augurio di guarigione.
Ceccardo morì a Genova nel 1919.” (RG.)

Anche il LAB ha posto una formella del Parco per ricordare Ceccardo, così amato dagli anarchici e dai poeti, ma anche da Montale che così lo descrisse:

soltanto un tremulo verso
portò alla gente lontana
e il meraviglioso suo gergo.
Andò per gran cammino.
Finché cadde riverso.

Fu molto amata quella casa.
Ceccardo la cantò insieme alla madre:

Argento grigio, cinerino argento,
pallor di solitaria onda di olivi
che si raccoglie a valle, ove i declivi
posano in un sopor d’ombra e di vento.


E odor di menta, odor umido e lento
di fieno, chiocciolìo roco di rivi
o di polla che ognor li ravvivi,
tra suon di augelli ne’ silenzi spento.


O pace, o rivi, o ciottoli lucenti
d’acqua quanto stupor ! e che desio
di sonno la pensosa anima invade !


A lenti passi scendono le strade,
e dilungano quindi con più lenti
passi in un grembo, pallido, di oblio.

 

Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana


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Ultima modifica
22.03.2012
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