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Sulla fondazione della città di Luni fiorirono molte antichissime leggende.

Il Lamorati la fa risalire nientemeno che a Tirreo, figlio di Saura, re della Lidia, detto Attide per la sua grandezza.
Tirreo dagli scrittori antichi è ricordato come un famoso eroe che dalla Lidia, appunto, era venuto in tempi lontani nella nostra penisola e che qui aveva fondato molte città, lasciando il suo nome al popolo dei Tirreni e al mare che bagna quella costa.
Pianta sito archeologico di LuniSembra tuttavia un po' azzardato attribuirgli anche la gloria di Luni, quando in tempi già storici la zona era un'immensa palude.
Le prime notizie di questa città sono quanto mai scarne.
Per molto tempo gli studiosi la ritennero fondata dagli Etruschi, mentre pare certo che essa sia stata fondata dai Liguri Apuani.

Il console M. Sempronio Tudilano nel 186 a .C., nella guerra intrapresa contro di essi, giunse al golfo di Luni, da dove, però, dovette ritirarsi.
La città, se città era, si arrese a M. Emilio Lepido, e M. Porcio Catone vi radunò la flotta in attesa di far vela per la Spagna.
Nel 177 a .C. il Senato Romano inviò a Luni duemila veterani (soldati che avevano terminato il servizio militare) con le loro famiglie proprio per bonificare e rendere fertile la vasta pianura allora infestata dalla malaria.
L'importanza della città inizia appunto da quell'anno.
Osservando la cartina ricostruita sulle osservazioni e sui sondaggi del terreno, il vasto golfo alla foce del fiume giungeva alle mura della città e il molo era appena fuori di esse.

I Romani, prima di edificare una nuova città, tracciavano sul terreno le due vie principali, incrociantesi ad angolo retto: il cardine prendendo l'asse celeste passante per i poli e, ortogonalmente il decumano nella direzione est-ovest.
I quattro riquadri erano destinati al foro (la piazza intorno alla quale si affacciavano gli edifici pubblici e le botteghe più importanti), ai templi e alle abitazioni.
Le vie secondarie limitavano le isole, oggi diciamo isolati.

In pochi decenni Luni si ingrandì enormemente: le paludi furono prosciugate mediante lo scavo di canali, così i fertili terreni producevano in abbondanza cereali, frutti e ortaggi; nelle colline era fiorente la pastorizia; dalle Apuane erano fatti scendere i blocchi di marmo destinati ad abbellire Roma.
Taluni pensano che nel periodo del suo massimo splendore abbia raggiunto i 100.000 abitanti, ma questa cifra sembra un poco esagerata.

Il poeta Ennio (239- 169 a .C.) già ricorda in un frammento:
E' interessante, o cittadini, visitare il porto di Luni

Il naturalista Plinio il Vecchio, che morì nell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ha lasciato scritto:
Il vino di Luni ha la palma fra quelli dell'Etruria (XVI, 6, 68).

Il poeta Marziale (40-104 d.C.), rivolgendosi a una mamma:
Il formaggio segnato con il marchio della luna offrirà innumerevoli colazioni ai tuoi figli (XIII, 30)

La città fu circondata da potenti mura e i blocchi (alcuni dei quali ancora visibili) portati con zatteroni dalla Punta Bianca e dalle cave dei monti vicini.
Il CircoEsse formavano un quadrilatero irregolare con i lati rispettivamente di m 525, 489, 400 e 538. All'esterno aveva il circo, segno questo, assieme ai templi, di elevato benessere.
La Via di Emilio Scauro, chiamata in seguito Aurelia, attraversava la città, costruita appunto quale stazione per gli eserciti in marcia, ma in seguito essa venne deviata più a monte seguendo pressappoco il tracciato attuale.
Forse era venuto il momento di non far attraversare l'abitato dai soldati e dai carriaggi dei rifornimenti che avrebbero ostacolato il traffico portuale e la vita cittadina; e la via già principale venne destinata al solo traffico commerciale.
Essa congiungeva la stazione ad Taberna Frigida (sul fiume Frigido, appunto) al nodo stradale della piana oltre Santo Stefano.
Ancor prima che l'Emilia di Scauro, a Luni giunse la Cassia che da Roma attraversava Arezzo, Firenze, Pistoia e Lucca.

Alcuni affermano che Luni ricevette il Cristianesimo assai presto, per opera di San Sergio, altri pensano solamente nel secondo - terzo secolo.
La città ebbe numerosi santi e martiri; Sant'Eutichiano fu il ventottesimo papa e si ricorda per alcune riforme sulla liturgia.
Il Vinzoni segna nelle sue carte tre chiese, e afferma di averne veduto i ruderi, ma forse esse furono quattro:

  • la Cattedrale di Santa Maria, e di essa sono ancora alla luce i resti dell'abside e del campanile;
  • una chiesa con resti di un edificio (forse monastero) non si sa a chi dedicata, del tutto scomparsa;
  • la chiesa di San Pietro a circa metà della strada che collegava la città alla Via Aurelia, ricordata dalla Via San Pero;
  • la chiesa di San Marco, della quale non si è ben individuata l'ubicazione.

Rutilio Namaziano, poeta del V secolo d.C., attraversando Luni per ritornare nella nativa Gallia, ammirò gli alti monti che gareggiano in splendore con la neve intatta.
"Con rapido veleggiare giungiamo alle bianche mura della città che porta il nome della sorella illuminata dal Sole. Essa supera per le sue pietre locali il candore dei gigli e la selce luccica con lieve bagliore. Terra ricca di marmi, che con il suo chiarore gareggia scherzosa con le candide nevi."

Anche Strabone la nomina:
"Fra questi luoghi che ho ricordato c'è la città e il porto di Luna. I Greci la chiamano città e porto di Selene. La città non è grande, ma il porto è grandissimo e bellissimo, quale conveniva a uomini dominatori di così vasto mare. Esso è cinto da alti monti da cui si possono scorgere la Sardegna e gran parte del litorale da due lati. Ivi sono cave di marmo bianco e variegato."

Scavi del sito archeologicoLa decadenza di Luni avvenne con qualche ritardo rispetto a quella del resto dell'Impero Romano in quanto rimase legata per alcuni secoli all'Impero Romano d'Oriente che vi teneva un supremo magistrato civile e uno militare.
Durante i secoli V e VI le cave di marmo restarono attive e il porto frequentato da navi.
La strada del Monte Bardone la collegava con Ravenna.

Alboino, re dei Longobardi, vi giunse nel 568 e Rotari fra il 636 e il 652, ma non la distrussero e la lasciarono all'Impero Bizantino. I Saraceni vi arrivarono nell'849 e i Normanni nell'860. Questi erano guidati da Hasting, famoso per la sua crudeltà, che la rase al suolo.
I Saraceni ritornarono nel 1016 e completarono la distruzione.
In questo periodo fu pure investita da grandi alluvioni che provocarono, insieme alle invasioni dei popoli sopra ricordati e al ritorno della malaria, lo spopolamento della città e della pianura.

Taluni pensano che nel quarto-quinto secolo sia avvenuto uno sprofondamento del suolo e che si sia formata una vasta palude. Questa voce è però priva di documentazione storica.

Luni è ricordata come XXVIII stazione da Roma nella Memoria di Sigerich, arcivescovo di Canterbury, di ritorno da Roma alla sua sede episcopale (post 900 - ante 994).

Nel breve diario da Roma alla Francia di Filippo Augusto, di ritorno dalla terza Crociata (1191), si legge:
" ... et per Lune maledictam civitatem episcopalem et per Sancta Maria de Sardema [Sarzana]".

Pavimento a mosaicoGli abitanti si rifugiarono sulle colline e fondarono Ortonovo (sorto nuovo), Castelnuovo, Fosdinovo (fosso - da difesa - nuovo) ed altri paesi.
Nella Tavola Peutingeriana, le località che ci interessano, sono segnate nel quarto segmento: Lunae, la Magra (solamente il tracciato del fiume), Boron (forse Ceparana), Lucca, ad taberna frigida (Massa), Fossis Papirianis (Massaciuccoli), Pisa e le Vie Aurelia e Cassia.

Come si è notato sopra, gli scrittori antichi, sia romani che greci ne ricollegano il nome a quello della Luna, ma taluni studiosi, paragonando questo con altri toponimi di chiara origine etrusca (Populonia, Vetulonia, ecc.) dànno altre interpretazioni.
"Il segno della Luna passò nello stemma di Sarzana e il vecchio sigillo del Comune portava una croce e due lune crescenti fra le parole Sigillum Civitatis Sarzane".

Se noi ci rechiamo ora a visitarne le rovine, notiamo che il livello del foro e di tutti gli edifici si trova ad oltre un metro più basso di quello attuale.
Se ne deduce che la zona era tornata paludosa e malsana, e interrata in seguito da enormi alluvioni avvenute anche nel Medio Evo.

 

Da "Appunti per una storia di Sarzana" di Ennio Callegari


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Ultima modifica
22.03.2012
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