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Miro Luperi (1911 - 1944) Amministrazione Servizi al cittadino Turismo e cultura Manifestazioni Eventi  English version

Miro LuperiPartigiano

Mercoledì 4 giugno 1952, il quotidiano “L’UNITÀ” riportava la seguente notizia:
“Il 2 giugno, nel corso della manifestazione celebrativa dell’anniversario della Repubblica, è stata consegnata in Firenze, dal Generale Comandante la Zona Territoriale, alla vedova, la medaglia d’oro alla memoria del partigiano Miro Luperi della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini”.

Dalla Gazzetta ufficiale N. 65, ecco la motivazione:
“Luperi Miro fu Fabio e di Saviozzi Niccolina, da Bagni di S. Giuliano (PI) classe 1911, partigiano combattente (alla memoria).
Infaticabile organizzatore ed ardito combattente della lotta partigiana ripetutamente si distingueva per doti di abnegazione, di iniziativa e di coraggio.
Partecipava, volontario, con una ventina di partigiani, ad una azione particolarmente rischiosa, conquistando arditamente una importante posizione montana.
Due compagnie tedesche contrattaccavano allora da più lati determinando una situazione oltremodo difficile.
Con generoso slancio decideva di sacrificarsi per consentire la ritirata ai compagni.
Rimasto solo sulla posizione sosteneva lungamente viva azione di fuoco mantenendo impegnati i nemici ed infliggendo numerose perdite.
Continuava intrepido a battersi sino a che, esaurite le munizioni ed assicurata la salvezza dei suoi, cadeva da prode sulla cima da lui difesa con leggendario coraggio.
Monte d’Animo - Garfagnana - 28 novembre 1944”
.

L’articolo citato riporta un bellissimo racconto di un compagno di Miro, relativo alla sua ultima impresa:
“Certe immagini della vita restano talmente incise nella memoria, che il tempo non potrà mai cancellarle. Come quella lunga fila di uomini che si snodava lungo il sentiero di ciottoli che saliva sul monte.
In coda c’era Baffo, l’anziano vice comandante di Brigata, che aveva voluto partire per forza e camminava a passo incerto per le prime ombre della sera.
Noi stavamo cercando d’impedire a Miro di partire: era febbricitante da alcuni giorni e la notizia che gli era giunta il mattino, improvvisa, della morte dell’amato fratello Francesco in un campo di prigionia tedesco, aumentava l’eccitazione della febbre e dava ai suoi occhi una fissità paurosa.
Poi era corso via, fuggendo dalle nostre preoccupate premure, col suo Bren, a raggiungere i compagni.
Era il 24 novembre 1944.
Il Comando della Divisione Lunense ci aveva chiesto cento uomini selezionati e bene armati per partecipare ad una azione combinata fra le altre forze partigiane della Garfagnana e delle Apuane ed il Comando Alleato, e che avrebbe dovuto aprire una breccia nello schieramento difensivo del fronte tedesco in Garfagnana; da questa breccia avrebbero dovuto passare quegli aiuti in armi che per via aerea non giungevano mai, onde consentire alle formazioni partigiane di sviluppare una organizzata offensiva che avrebbe portato alla liberazione del nostro territorio, fino alla Magra, prima del Natale 1944.
Proposito invero ambizioso, che pur sarebbe stato coronato da sicuro successo se non fosse mancato il promesso e concordato aiuto degli Alleati.
Ai nostri uomini, affluiti volontariamente da tutti i distaccamenti della Brigata, toccò il compito di aprire la breccia su Monte d’Animo, mentre le altre formazioni partigiane tenevano impegnate le forze tedesche sui restanti schieramenti del fronte garfagnino. Nella notte fra il 27 e il 28 novembre, dopo una lunga ed intelligente marcia, i partigiani della Muccini occuparono Monte d’Animo; sotto, a poche centinaia di metri, il paese di Sassi, con le postazioni tedesche di mortai piazzate alla difesa; più avanti, lo schieramento alleato che avrebbe dovuto iniziare alle 7 del mattino; ma le ore passavano e le truppe alleate pareva non sapessero nulla.
Oldham, il maggiore inglese che comandava la Divisione Lunense e che si trovava coi nostri a Monte d’Animo, quasi piangeva …
Non era possibile restare a lungo inosservati alla vista dei tedeschi sulle brulle radure di Monte d’Animo; e infatti i tedeschi organizzarono il contrattacco.
La situazione del nostro gruppo (…) si faceva sempre più critica.
Fu allora la decisione di Miro, generosa ed eroica, quanto intuitiva ed intelligente.
Staccatosi dal gruppo, percorse velocemente una radura battuta dall’avversario e riparò dietro una piccola roccia.
Di là, col suo “Bren”, iniziò a sparare implacabile e preciso sui tedeschi che muovevano sulle ultime rampe: uno, due, dieci, venti tedeschi colpiti e più ancora.
Là, Miro creò, da solo, una difesa, un baluardo inespugnabile che accentrò e localizzò tutta l’azione offensiva dei tedeschi, consentendo al gruppo partigiano di sfuggire alle maglie e di rientrare alle basi.
Non so quanto durò quel duello impari; ma certo tanto quanto bastava per salvare i compagni.
Il fucile mitragliatore bruciava ormai le mani frementi di Miro; le munizioni erano alla fine.
Fu allora che Miro si alzò dalla roccia; in piedi, ritto col suo “Bren”, sfidò il nemico con gli ultimi colpi, ed offrì il suo petto alle raffiche che non perdonano.
Così è morto Miro Luperi (...)”
.

La nipote Miria, al tempo dei fatti, non era ancora nata, ma ricorda con viva partecipazione ed anche un po’di commozione i racconti, forse un poco sfumati dal tempo, che le narrava spesso la madre Leda, sorella amatissima di Miro.
Ella, bambina, ascoltava con interesse quei racconti che, forse, le sembravano fiabe; ma quando vedeva il volto della madre rigato di lacrime, capiva che fiabe non erano.

Miro Luperi, figlio di Fabio e di Niccola ( Niccolina ) Saviozzi, era il terzo di quattro figli: Mario, Leda, Miro, appunto, e Marcello, chiamato da tutti Francesco.
Nacque il 29 aprile del 1911 a Bagni S. Giuliano (PI); ma divenne, da subito, un vero sarzanese quando suo padre trasferì la famiglia a Sarzana.
Tale trasferimento, prima a Lerici e poi a Sarzana, fu deciso da Fabio Luperi per ragioni di lavoro, ma anche perché gli era stato riferito che questa zona era ricca di selvaggina.
(Egli era un appassionato cacciatore).

Nell’arsenale militare della Spezia, dove lavorava, nonno Fabio era ritenuto un abile operaio, tanto che, in seguito, si mise in proprio, aprendo un’officina in via Sobborgo Spina, a Sarzana, dove aggiustava biciclette, ma anche armi da caccia.
Con lui lavoravano i figli maschi, compreso Miro, e ciò favorì in lui la conoscenza e la passione delle armi, che, in seguito, quando diventerà partigiano, gli si rivelerà utilissima.
Infatti la volta in cui la sua brigata ricevette una partita di armi difettose, egli se ne accorse per primo; perciò ne prese una e tirò il grilletto, ma l’arma si inceppò e la stessa cosa avvenne per altre; fu, perciò, grazie alla sua perizia, che la brigata non si espose ai rischi di una missione con armi non funzionanti, altrimenti si sarebbe trovata “a mani nude” contro un nemico ben armato.

Miro Luperi e la banda citadinaUn’altra passione dello zio Miro era la musica: faceva parte della banda cittadina, nella quale suonava la cornetta, strumento molto faticoso e difficile da suonare.

(Miro è quello in basso, a sinistra; altri suoi compagni, il cui nome è scritto sul retro della foto sono: Calevo - Gigetto - Spadaccini - Galli Guido - Pucci Pietrino - Bassano - Pegolo - Fontana - Faianello)

Ma egli era davvero un “virtuoso”, tanto che, una volta, fu mandato addirittura a Milano, al raduno dei bersaglieri, a suonare davanti a Mussolini; ed in quell’occasione ricevette persino una medaglia.
Questo fatto, però, fu per lui motivo di continue prese in giro da parte degli amici, essendo egli di Marina.

Ma la sua passione più grande era il calcio!

Ancora ragazzino, ogni volta che poteva, giocava a pallone in mezzo a via Sobborgo Spina, in cui la sua famiglia abitava.
Una volta ruppe il vetro di una finestra ed il proprietario della casa gli bucò il pallone, con grande dolore di Miro, che tornò a casa triste, ma anche spaventato, in attesa della punizione.
Qui la sorella Leda, che nulla ancora sapeva, gli diede una tazza di latte e caffè lungo, che Miro si mise a bere, affacciato alla finestra, per controllare … la fine del suo pallone.
Ma quel giorno, per lui, fu davvero sfortunato!
Destino volle che, mentre beveva, gli si rovesciasse il latte sulle lenzuola sciorinate al sole dall’inquilina del piano di sotto, la quale pretese che la sorella Leda gliele lavasse.
E la poverina andò al fiume e le lavò.

Da giovane, Miro coronò il suo sogno e divenne portiere titolare della squadra della Sarzanese, dove manifestò tutta la sua bravura.
E’ anche per questo motivo che Sarzana gli intitolò lo stadio comunale.

Dopo essersi sposato, con la moglie e la figlia Gabriella, si trasferì in Sicilia, dove lavorò per qualche tempo.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale fu richiamato in Marina e da bordo della sua nave scriveva frequentemente lettere a familiari ed amici, compresa la sorella Leda, con la quale vi era un particolare affiatamento, lettere che Miria ha gelosamente conservato.
Anche da queste appaiono la bontà d’animo, l’umanità, la generosità, il carattere gioioso ed amante della vita di Miro.

Nato e cresciuto in una famiglia antifascista, egli crebbe con gli stessi ideali paterni, e quando gli si presentò l’occasione di scegliere, non ebbe dubbi: si schierò dalla parte della libertà e si unì alla brigata partigiana Ugo Muccini, scegliendo "Reno" come nome di battaglia.

In un primo tempo operò in città, sprezzante del pericolo che le “missioni cittadine” comportavano, quale quello di essere facilmente scoperto.
Spesso stava di guardia sulle alture circostanti il golfo della Spezia per tener sotto controllo le incursioni aeree; e, quando era il momento, con la sua cornetta, dava l’allarme, cosicché gli operai dell’arsenale e del cantiere navale di Muggiano potevano mettersi in salvo.
A volte, però, Reno suonava “falsi allarmi”, allo scopo di far fuggire gli operai che lavoravano per i tedeschi, impedendo, così, il normale svolgimento del lavoro.
Questo, che avrebbe potuto apparire come uno scherzo, in realtà, era una vera e propria azione di sabotaggio contro il nemico.

Intanto anche il fratello minore Francesco (Franzé) era stato richiamato alle armi, anch’egli in Marina,
come fuochista.
Ma subito dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, mentre Francesco si trovava, sulla sua nave, a Pola, i tedeschi, divenuti da quel momento nemici, lo fecero prigioniero con tutto l’equipaggio e lo deportarono direttamente in un campo di sterminio della Germania del nord, sul mar Baltico.
Il povero Francesco che, dagli amici, era stato soprannominato “il torello” per la sua robusta costituzione (era un appassionato delle corse in bicicletta e si dilettava in questo sport) in quel campo, in cui era stato messo a lavorare in una miniera di carbone, sopravvisse soltanto pochi mesi: morì per fame, freddo e tisi.
Era l’anno 1944.

Quando Miro fu informato della morte del fratello, notizia pervenuta alla famiglia tramite il parroco di Santa Maria, al quale era stata comunicata dal cappellano militare, se pur febbricitante, con grande dolore e tanta rabbia, volle partecipare ad una pericolosa missione contro i tedeschi, come se con quel gesto potesse porre fine a quell’atroce ed assurda guerra, alla quale egli, peraltro, era sempre stato contrario.

E sul Monte d’Animo, purtroppo, perse la vita, offrendo il petto al fuoco nemico, dopo aver consentito ai compagni di mettersi in salvo, sparando continue raffiche col suo inseparabile Bren.
Era il 29 novembre del 1944.

A conclusione, si riporta una parte di un altro articolo, scritto da Ugo Mannoni, sul quotidiano “IL PAESE” di mercoledì 22 gennaio 1958.
“Il maggiore Oldham, ufficiale di sua Maestà Britannica, paracadutato nella zona per mantenere i collegamenti tra i partigiani e l’esercito alleato, definisce con il suo comando tutti i dettagli di un piano disperato: i reparti scelti di alcune formazioni partigiane dovranno attaccare la prima linea tedesca ed aprire un varco attraverso il quale ingenti quantitativi di armi, viveri e munizioni saranno convogliati in montagna per permettere alle brigate partigiane di sferrare l’attacco decisivo.
La Muccini partecipa all’operazione con cento uomini.
Miro Luperi è ammalato, quando il gruppo mette a punto le armi per la grande avventura, ma nessuno lo può trattenere sul lettino di felci.
La notizia della morte del fratello Francesco deportato nei campi di annientamento in Germania, gli è giunta da poche ore e se questa azione dovrà tenere a battesimo la fine del massacro nella sua terra, vuole esserci anche lui, nella pattuglia di punta, nella zona dove le canne dei mitra zittiscono il boato dei cannoni e il gracidare della mitraglia.
E’una sporca cosa, la guerra: bisogna pur rischiare la vita per farla finire un minuto prima.
La lunga colonna dei volontari parte da Careggine: una interminabile fila indiana nel cuore della macchia, sulla cresta dei crepacci neri come la notte, snodata sugli speroni della montagna a strapiombo sul Serchio.
Ai ragazzi della Muccini è assegnato un obiettivo particolarmente duro: la conquista del m. Sasso, tra le linee tedesche.
Il fiume è in piena e al passaggio del ponticello battuto dai cecchini, il gruppo si fraziona e 53 uomini arrivano, combattendo, in vetta.
Miro Luperi si arrampica sopra una roccia e batte le postazioni tedesche col suo Bren.
Il maggiore Oldham dispone gli altri partigiani a ventaglio sulla balza arida dove tra i sassi spuntano soltanto le foglioline a forma di cuore attaccate al picciolo cirroso della vitalba.
E’ il paradiso delle schegge che rimbalzano sulla roccia viva e schizzano tra gli abbassamenti del terreno a frugare nella carne.
In tutte le posizioni convenute, i partigiani tengono saldamente le zolle di terra conquistate e sulla strada d’Armi gli uomini appostati a Rontano tempestano di piombo le colonne tedesche, disorientate.
Basterebbe una lieve pressione, dall’altra parte, per sfasciare tutto, ma non accade nulla.
Quelli non stanno ai patti.
I neri escono dalle trincee e restano a godersi il sole: “Niente avere ordine”, è giorno di riposo per loro.
I tedeschi attaccano a plotoni affiancati, quando capiscono che lo sforzo dei partigiani non riceverà l’aiuto degli alleati, e le piazzole di Monte d’Anima spazzano il Sasso con sibilanti bordate.
La lotta è incominciata all’alba e continua fino alle dieci: radio Londra darà poche sere dopo il numero esatto dei tedeschi centrati: 154.
Miro, in piedi sulla roccia col Bren imbracciato come un mitra, sgrana i caricatori a brevi raffiche, per proteggere la ritirata dei compagni.
Lo ghermisce così, la morte.
Ritto in piedi come un’appendice della rupe, con le mani ustionate dalla canna rovente.
Tutta una raffica di mitraglia finisce nel suo giovane corpo che rotola, assieme all’arma brunita, incontro al nemico”
.

 

Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo


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22.03.2012
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