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“A Luigi Gastardelli prima vittima della violenza fascista - 12 giugno 1921”.
La lapide collocata in piazza della Cittadella, nel muro di cinta del “campetto” detto di Santa Maria, spiega senza bisogno di tante parole perché, a Sarzana e in Val di Magra, ricordare la lotta di liberazione possa e debba iniziare dai cosiddetti “fatti del 1921”.
Se infatti la Resistenza e la lotta di liberazione degli anni 1943 - 1945 furono il momento culminante e decisivo di una riscossa popolare contro il regime fascista e contro l’occupazione nazista, sarebbe profondamente sbagliato confinare tale lotta in quei soli due anni finali della guerra.

Il fascismo - movimento politico nato alla fine del 1919 a Milano per iniziativa di Benito Mussolini - assunse pressoché subito, in un Paese ancora provato dalla tragedia della prima guerra mondiale e attraversato da pesantissime contraddizioni e lotte sociali, il carattere della violenza e dell’eversione.
Tali caratteri avrebbero dovuto far comprendere come nel fascismo si mostrassero sin da allora evidenti gli embrioni della dittatura, proprio come avviene nell’“uovo del serpente”, che è trasparente: fortunata metafora con cui il regista svedese Ingmar Bergman intitolò anni or sono un suo film dedicato all’avvento del nazismo in Germania.

La debolezza dell’ancora giovane democrazia italiana, le forti pressioni esercitate sul Re (che ad esse non seppe resistere) e le contraddizioni delle forze politiche tradizionali non riuscirono invece ad impedire l’affermarsi progressivo e violento del regime fascista, e Mussolini fu chiamato a presiedere il governo il 28 ottobre 1922, all’indomani della cosiddetta “Marcia su Roma”.
Non avrebbe più lasciato quell’incarico, trasformato sempre di più in strumento di dittatura personale, sino al 25 luglio 1943.

Ma una parte rilevante del popolo italiano quei germi li aveva potuti vedere, e subire sulla propria pelle. Come appunto il popolo di Sarzana.

Per questo gli avvenimenti accaduti in città nel periodo del giugno - luglio 1921, anche se non isolati nel Paese, assunsero subito un significato emblematico, ed ancora oggi rappresentano una pagina importante della storia dell’Italia nel Novecento.

A partire, appunto, da Luigi Gastardelli, la prima di una serie lunghissima di vittime sarzanesi del fascismo (persone uccise, ferite, deportate, perseguitate nei modi più subdoli ed anche atroci).

E ’ importante notare come tra coloro cui Sarzana ha intitolato strade, piazze, lapidi o istituzioni nel ricordo di quei giorni non ci siano solo gli antifascisti “tradizionali”: il sindaco socialista dell’epoca Pietro Arnaldo Terzi, alcuni suoi collaboratori ed altre persone uccise, bensì anche il capitano dei Reali Carabinieri Guido Jurgens e il caporale di fanteria Paolo Diana.
Furono loro i protagonisti, forse persino involontari (almeno nel caso di Diana), del conflitto a fuoco con i fascisti avvenuto sul piazzale della stazione all’alba del 21 luglio 1921.

A conferma del fatto che le istituzioni preposte alla tutela dell’ordine pubblico, sebbene in molti luoghi fossero già conniventi col fascismo (e quindi pronte a tradire il giuramento prestato), non dappertutto si comportarono così. A Sarzana non lo fecero.

Per questo molti storici autorevoli ed uomini politici (tra cui Sandro Pertini, socialista ligure che fu presidente della Repubblica) hanno sostenuto che “se in tutte le città italiane la violenza fascista fosse stata fermata come a Sarzana, il fascismo non si sarebbe affermato”.

Si comprende dunque quale sia stato il valore della testimonianza di quegli uomini, in quei giorni: se il loro esempio fosse stato seguito, l’Italia si sarebbe risparmiata enormi sacrifici in termini di vite umane, di risorse, di credibilità internazionale.

 

Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo


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Ultima modifica
22.03.2012
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